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“Un caso terribile, unico e spaventoso nella sua dinamica”. Così, il pubblico ministero Alessandro Milita, ha definito la vicenda di Hakimi Lamine, detenuto algerino morto dopo i pestaggi commessi dagli agenti penitenziari al carcere di Santa Maria Capua Vetere, nel casertano, il 6 aprile del 2020. Lamine morì il 4 maggio 2020, quasi un mese dopo i fatti. Era affetto da psicosi e schizofrenia e aveva un’esperienza di abuso di droga e secondo il magistrato morì per le colpe e le negligenze dei diversi pubblici funzionari che lavoravano in quel periodo nel carcere, perché sostanzialmente abbandonato dopo le torture subite nonostante il bisogno di cure esplicitate da continue richieste di aiuto, rimaste però inascoltate.
Condotte che potrebbero anche aver portato Hakimi ad assumere farmaci oltre il dovuto per suicidarsi.