Nessuna spedizione punitiva verso i detenuti, ma una misura necessaria per ristabilire il controllo e garantire la sicurezza del carcere in un periodo in cui tutte le carceri italiane erano teatro di rivolte violente dovute al lockdown per il Covid. Così l’ex provveditore delle carceri in Campania Antonio Fullone durante l’esame reso al maxi-processo sulle violenze nel carcere casertano di Santa Maria Capua Vetere del 6 aprile 2020 che lo vede imputato per i reati di perquisizione illegittima, depistaggio, falso e rivelazione di segreto d’ufficio.
Circa 300 detenuti del reparto Nilo vennero sottoposti a quella perquisizione poi degenerata in violenze e pestaggi commesse da circa 300 poliziotti penitenziari, molti dei quali componenti del Gruppo di Supporto provenienti da altre carceri campane, come Secondigliano e Avellino.
Secondo le indagini, un gruppo, creato dallo stesso Fullone, fu guidato sul campo dal funzionario della penitenziaria Pasquale Colucci (anche lui imputato), colui che secondo Fullone “autorizzò i gruppi esterni di supporto a recarsi al carcere con scudi, caschi e manganelli”.


